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Doppio confine – La pista adriatica

Una rapina “pulita” a Milano accende una scia sottile che corre verso l’Adriatico. Il commissario capo Umberto Fabbri della DIA vede riaffiorare un nome già incontrato troppe volte: quello di Domenico Ciconte. Fabbri, la cui credibilità agli occhi della famiglia e dei suoi sottoposti è sempre piuttosto trasparente, segue tracce che non gridano: prenotazioni fantasma, fatture lucide come specchi. Al di là del confine c’è una catena di alberghi sulla costa istriana dove la bassa stagione lascia più domande dei turisti; al di qua c’è un tassello “minore”, un bar di provincia al margine di Gorizia, microcosmo di traffici e solitudini. Quando un omicidio interrompe ogni possibile testimonianza, il caso cambia pelle: la macro-finanza criminale si specchia nella violenza minuta dei piccoli padroni, e l’indagine diventa una corsa contro il tempo. La mappa da seguire è doppia – Milano e la costa istriana – così come doppie sono le vite di chi le attraversa. La domanda non è “chi ha sparato?”, ma chi guadagna quando nessuno sembra perdere.

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Giovedì 30 gennaio

Il commissario capo della DIA Umberto Fabbri e l’inverno. Per Milano era una stagione passeggera, per l’uomo uno stato d’animo perdurante da troppo tempo.
La giornata lavorativa si avviava al tramonto e lui si era ritagliato cinque minuti nel suo ufficio in via Macchi per rigenerarsi con una dose di ottimismo in lattina. La Lemonsoda aveva il potere di catapultarlo nella sua infanzia. Suo padre gliene comprava sempre una bottiglietta al termine della passeggiata domenicale nel centro di Cesano Boscone. Era l’unico lusso concessogli da uno stipendio da operaio, a malapena adatto per mantenere un’intera famiglia.
Guardò il calendario appeso alla parete: 2014, un altro anno è iniziato da poco, un anno in meno nella corsa la pensione.
“Crisi di mezza età. Con il lavoro che fai, c’è poco da stare allegri”, rimestavano gli amici durante le rare serate in pizzeria. E poi via con i consigli: “Prendi tua moglie e fila in crociera”, “Chiedi il trasferimento in archivio”, “Dedicati a un hobby”. Tutte frasi fatte che non gli impedivano ogni mattina di vedere davanti allo specchio del bagno il muso di un cinquantaduenne incapace di gioire spensierato.
La metropoli era fragrante di pioggia e happy hour, la stanza di sudore e straordinari. Le relazioni dei gregari erano cominciate poco dopo l’ultimo sorso.
Erano entrati Bramante e Critelli, composto il primo, indispettito il secondo. Fuori avevano discusso su chi dovesse parlare e aveva vinto quello più anziano. Entrambi comunque condividevano l’assenza di una particolare motivazione e avrebbero volentieri scavalcato il superiore. Bramante, un ispettore con un raffinato pizzetto scolpito, era ambizioso. Non gli era piaciuto essere aggregato alla scuderia di Fabbri; per lui, l’ufficiale era un rottame senza mordente e lo canzonava con il nomignolo di Farfallino per la sua abitudine di indossare un papillon. Critelli era più giovane e assennato. Si era portato dietro dalla precedente esperienza all’antidroga l’assioma di poter sconfiggere le mafie stando per le strade. Dal suo punto di vista, Fabbri era un burocrate con l’adipe da divano domestico e agognante di un colpo di fortuna.